Secondo dialogo: dell’accusare

Secondo dialogo: dell’accusare

Il secondo appuntamento del ciclo “Dialoghi sulla Giustizia” si è tenuto il 14 novembre 2025, dalle ore 17:00 alle 19:00, presso la Libreria UBIK di Benevento ed è stato organizzato in collaborazione con l’Agenzia Lefebvre Giuffrè di Benevento. Tema dell’incontro è stato “Dell’accusare”, ovvero, “della cacciata delle Erinni dai Tribunali”. In fondo alla pagina, è possibile consultare la versione estesa dell’ipotesi e la relativa appendice.

Il curatore del secondo incontro era Matteo De Longis, presidente di Fondamenta ETS. I dialoganti erano la dott.ssa Flavia Felaco, sostituto presso la Procura della Repubblica di Benevento; l’Avv. Ettore Marcarelli, avvocato del foro di Benevento; il Prof. Nicola Sguera, docente di filosofia e scrittore. Tre sguardi diversi per esplorare una tesi che interrogava il fondamento stesso della giurisdizione penale.

abstract della tesi

Nel diritto penale contemporaneo l’accusa appartiene allo Stato: il pubblico ministero è chiamato ad esercitare l’azione penale nell’interesse della collettività e non della vittima che, pur partecipando “al popolo” nel nome del quale si pronuncia condanna, è portatrice di interessi diversi, personali, particolari.

Eppure, la crescente centralità della persona offesa, tanto nei processi celebrati in Tribunale quanto in quelli officiati sui media, ha introdotto nel processo elementi estranei alla sua logica: l’emozione, il dolore, il raccapriccio, la rabbia, lo sgomento.

Lo scopo della vittima – parte civile – nel processo penale è tuttavia positivamente predeterminato: essa partecipa all’accertamento del proprio dolore e del proprio danno per denaro, non per altro. Da un punto di vista codicistico, infatti, la vittima ha diritto a partecipare solo e soltanto se abbia subito un danno risarcibile e, al netto del malcostume descritto nel paragrafo precedente, non ha alcun titolo ad interloquire in ordine alla severità della pena da infliggere al suo carnefice; essa, dunque, quando reclama giustizia, severità, esemplarità domanda qualcosa che non le spetta.

Sul piano simbolico, la partecipazione della vittima al processo introduce una prospettiva di stampo manicheistico secondo cui da una parte sta il bene e dall’altra il male. Il dolore privato assume dignità di verità e pretende di orientare la decisione; la figura della vittima, sacralizzata, annulla la dimensione tragica della giustizia, quella consapevolezza — già presente nei tragici greci — che ogni colpa è, almeno in parte, condivisa.

In questo modo, l’azione penale che già Atena sottrasse alle Erinni con l’istituzione dell’Aeropago, torna a essere esercitata “in nome proprio”. Ogni volta che la pena serve a placare una vittima invece che a riaffermare la legge, il diritto torna al dionisiaco, arretra di un passo verso la sua origine arcaica: la vendetta.

In quest’ottica, l’atto dell’accusare diventa icona del ressentiment, sentimento emblematico della morale dell’armento da secoli dominante in Europa.

Versione integrale

Rassegna stampa

Le foto dell’evento sono pubblicate per gentile concessione di Ottopagine.it.

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