Dialoghi sulla Giustizia

Dialoghi sulla Giustizia

Dialoghi sulla Giustizia è il ciclo di incontri culturali promosso da Fondamenta ETS, impegnata nella promozione e nella tutela dei diritti fondamentali attraverso l’analisi giuridica e la riflessione filosofica.

Concepito come evento quadrimestrale, il ciclo nasce dalla volontà di riaprire uno spazio di confronto autentico tra studiosi, giuristi e cittadini su una delle questioni più profonde e controverse del nostro tempo: la giustizia. In un’epoca dominata dalla tecnica, dalla velocità e da un’idea sempre più procedurale del diritto, Fondamenta ETS propone di ricominciare a parlare della giustizia come tema originario della filosofia, interrogandola alla luce della prassi forense e giudiziaria e, viceversa, facendo dialogare la prassi con il pensiero critico.

Il format prevede un confronto aperto e argomentato tra tre figure – un magistrato, un avvocato, un filosofo – che si misurano su un’ipotesi proposta dal curatore dell’incontro. L’ipotesi funge da canovaccio, stimolo e provocazione intellettuale, e viene condivisa con i partecipanti in anticipo, accompagnata da un’appendice e da riferimenti bibliografici selezionati. L’obiettivo non è trovare un accordo, ma articolare un dissenso fecondo: confermare, confutare, modificare, ampliare. Ogni evento si conclude con uno spazio di dibattito col pubblico, che diventa così parte integrante del dialogo.

Terzo dialogo: “Del difendere”

Il terzo appuntamento del ciclo “Dialoghi sulla Giustizia” si terrà il 18 giugno 2026, dalle ore 17:00 alle 19:00, presso la Libreria UBIK di Benevento ed è organizzato in collaborazione con l’Agenzia Lefebvre Giuffrè di Benevento. Tema dell’incontro sarà “Del difendere”, ovvero, “della vittoria dei sofisti sui filosofi”. In fondo alla pagina, è possibile consultare la versione estesa dell’ipotesi e la relativa appendice.

Il curatore del secondo incontro è Matteo De Longis, presidente di Fondamenta ETS. I dialoganti saranno la dott.ssa Simonetta Rotili, magistrato presso il Tribunale di Benevento; l’Avv. Vincenzo Regardi, penalista del foro di Benevento; il Prof. Dario Melillo, docente e studioso di filosofia. Tre sguardi diversi per esplorare una tesi che interroga il fondamento stesso della difesa penale.

Il programma prevede un’introduzione del curatore, seguita dagli interventi dei relatori (20 minuti ciascuno) e dalle repliche incrociate. Infine, un dibattito con il pubblico, per raccogliere domande, obiezioni e spunti di riflessione.

La partecipazione è gratuita ma è gradita la prenotazione. L’evento non rilascia attestati né crediti formativi; in compenso, ci saranno tanti libri e del buon vino.

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abstract della tesi

La figura dell’avvocato penalista è segno emblematico della vittoria dei sofisti sui filosofi. Non si tratta della banale accusa rivolta a chi difende il colpevole, ma di una diagnosi, nelle intenzioni, più radicale: il penalista trasforma la colpa in problema tecnico, la verità in materiale contestabile, la giustizia in esito sempre rinviabile.

Contro la formula secondo cui l’avvocato difenderebbe “i diritti e non le persone”, l’ipotesi afferma che non esistono garanzie senza destinatari concreti. Ogni eccezione ha un beneficiario, ogni nullità produce un effetto, ogni dubbio seminato nell’aula ricade nel mondo: su un imputato, su una vittima, su una comunità. L’assoluzione del colpevole non è allora un accidente patologico del sistema, ma una desiderabile possibilità interna al suo funzionamento perfetto.

La riflessione si concentra poi su tre imputati originari dell’Occidente — Caino, Socrate e Cristo — accomunati dall’assenza di un difensore. In essi la condanna, la pena o il sacrificio non vengono neutralizzati, ma attraversati: il marchio di Caino fonda la memoria della colpa, la morte di Socrate salva la filosofia dalla riduzione a sofistica, la croce di Cristo mostra una verità che non si difende ma si testimonia.

Da qui la tesi più dura: il penalista interrompe il passaggio dal fatto alla conseguenza, dalla colpa alla memoria, dalla pena alla fondazione simbolica dell’ordine. La sua opera appare così reazionaria in senso metafisico: non perché difenda il passato, ma perché impedisce alla colpa di diventare storia. Dove la condanna potrebbe produrre senso, egli produce contestabilità; dove la pena potrebbe iscrivere pubblicamente una responsabilità, egli cerca l’arresto del dispositivo.

La stessa funzione rivela però una contraddizione più profonda dello Stato di diritto. L’avvocato è necessario: senza difesa, il processo rischierebbe di diventare esecuzione dell’accusa e il potere punitivo pura amministrazione della forza. Ma questa necessità non lo assolve. Al contrario, lo rende il pharmakon della democrazia: rimedio contro l’arbitrio del potere e insieme veleno contro la giustizia che vorrebbe compiersi.

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