- Numero di ricorso: 20958/14, 38334/18
- Data della sentenza: 25/06/2024
- Stato Convenuto: Russia
- Oggetto: Occupazione, discriminazione, giurisdizione, diritti
Fatti
Le autorità ucraine hanno proposto un caso interstatale contro la Federazione Russa riguardante prevalentemente gli eventi occorsi in Crimea, considerata dall’Ucraina parte del proprio territorio, ma che include la cosiddetta Repubblica Autonoma di Crimea e la città di Sebastopoli. Secondo il Governo ucraino, la Russia avrebbe esercitato una giurisdizione effettiva su tale regione sin dal 27 febbraio 2014, istituendo nel tempo un sistema di repressione volto a soffocare qualsiasi forma di opposizione politica. Nel primo ricorso (n. 20958/14), l’Ucraina lamenta una serie di violazioni che spaziano dalle sparizioni forzate, dalla mancanza di indagini efficaci, dalla diffusione di prassi di maltrattamenti e di detenzioni illegali, fino all’imposizione del diritto russo che, di fatto, avrebbe escluso l’esistenza di tribunali “stabiliti per legge” secondo la Convenzione europea. Ulteriori doglianze riguardano l’obbligo di acquisire forzatamente la cittadinanza russa, i raid nelle abitazioni private, le intimidazioni contro religiosi non riconducibili alla Chiesa ortodossa russa, la chiusura dei media in lingua diversa dal russo, la censura di dimostrazioni pubbliche a sostegno dell’Ucraina o della comunità tatara, l’esproprio sistematico di beni privati, la repressione dell’istruzione in lingua ucraina e le restrizioni alla libertà di circolazione tra Crimea e territorio ucraino. Nel secondo ricorso (n. 38334/18), Kiev denuncia numerosi casi di privazione della libertà, procedimenti giudiziari e condanne, connessi all’uso di norme russe in materia di estremismo e terrorismo, contro cittadini ucraini attivi politicamente. Vengono menzionati, in particolare, atti commessi da milizie filorusse operanti nei territori di Doneck e Luhansk, ma anche casi in cui persone sarebbero state attirate in Russia o in aree da essa controllate, per poi subire torture e accuse giudiziarie ritenute inesistenti o fabbricate. In entrambi i ricorsi si fa riferimento a numerose testimonianze di vittime, fra cui soldati, manifestanti di Euromaidan, giornalisti, rappresentanti religiosi e membri della comunità tatara. A sostegno di tali accuse si citano rapporti di varie organizzazioni intergovernative e non governative. Da parte sua, la Russia nega l’esistenza di qualunque prassi lesiva dei diritti umani e respinge le accuse di vaghezza e infondatezza, precisando che eventuali misure discendono dal trattato di “adesione” della Crimea alla Federazione Russa e sono coerenti con la legislazione nazionale russa, ritenuta conforme alla Convenzione. In particolare, secondo Mosca, la procedura di rinuncia alla cittadinanza russa sarebbe chiara e ragionevole. Nei ricorsi, l’Ucraina invoca gli articoli 3, 5, 6, 8, 10 e 11 della Convenzione; in quello n. 20958/14 lamenta inoltre la violazione degli articoli 2, 9, 14, 1 Protocollo n. 1, 2 Protocollo n. 1 e 2 Protocollo n. 4, mentre in quello n. 38334/18 richiama anche gli articoli 7 e 18 della Convenzione.
Motivazioni
La Corte ha in primo luogo ribadito di aver già stabilito, nella fase di ammissibilità relativa al ricorso n. 20958/14, che la Russia esercitava dal 27 febbraio 2014 un controllo effettivo sulla Crimea, mantenendo tale giurisdizione almeno fino al 26 agosto 2015, data di presentazione del secondo ricorso. Non essendo emersi elementi ulteriori che contraddicessero questa conclusione, essa vale anche in riferimento ai fatti successivi a quel periodo riguardanti il ricorso n. 38334/18. La Corte ha inoltre confermato la propria competenza a statuire sui fatti avvenuti prima del 16 settembre 2022, data di cessazione dello status della Russia quale Parte della Convenzione, precisando che per i casi di detenzione iniziati precedentemente tale data mantiene giurisdizione anche oltre il 16 settembre 2022. Un ulteriore aspetto decisivo concerne la qualificazione della legge russa come “legge” ai fini della Convenzione. La Corte, tenendo conto del diritto internazionale umanitario, ha concluso che l’estensione generalizzata della legislazione russa in Crimea non era giustificata, in quanto in contrasto con l’obbligo di rispettare la normativa vigente nel territorio “occupato” salvo necessità impellenti. Entrambe le Parti riconoscevano che, dopo il trattato di “adesione” del 18 marzo 2014, la Russia aveva esteso la propria legislazione in modo generalizzato, ma la Corte ha ritenuto che ciò costituisse un’infrazione degli obblighi convenzionali. Il nucleo delle doglianze ucraine risiede nel concetto di “pratica amministrativa”, ossia una reiterata serie di atti contrari alla Convenzione accompagnata da tolleranza o acquiescenza statale. In un contesto di vasta portata geografica, di molteplici eventi e mancando la collaborazione delle autorità russe dal febbraio 2022, la Corte, pur consapevole delle difficoltà di accertamento, ha analizzato con attenzione le informazioni disponibili, inclusi i rapporti di organizzazioni intergovernative e non governative, nonché varie testimonianze dirette. Essa ha rilevato un numero sufficiente di episodi, tra loro connessi, così numerosi da configurare una ripetizione costante di fatti illeciti, e l’assenza di un’adeguata reazione giudiziaria o amministrativa, concludendo che tali elementi dimostrano oltre ogni ragionevole dubbio l’esistenza di “ufficiale tolleranza”. Ha pertanto dichiarato la responsabilità dello Stato convenuto per un insieme strutturato e sistematico di violazioni della Convenzione. La Corte ha innanzitutto riscontrato, per entrambe le cause, una violazione dell’articolo 6 a motivo dell’applicazione generalizzata, nella penisola, della normativa russa, adottata senza giustificazione alcuna e in contrasto con i criteri del diritto internazionale umanitario, con la conseguenza che i tribunali in Crimea non potevano essere ritenuti “stabiliti per legge” in senso convenzionale. Ha poi dichiarato la violazione dell’articolo 8, rilevando in primo luogo che i residenti permanenti in Crimea non avevano avuto la possibilità effettiva di rinunciare alla cittadinanza russa, imposta automaticamente con modalità e tempi estremamente limitati e oscuri, e, in secondo luogo, per il trasferimento di numerosi detenuti verso il territorio russo, con effetti negativi sul loro diritto alla vita familiare data la grande distanza che li separava dalle famiglie di origine. Quanto al periodo dal 27 febbraio 2014 al 26 agosto 2015, la Corte ha constatato, a carico della Russia, ripetute violazioni dei diritti alla vita, al divieto di trattamenti inumani o degradanti e alla libertà personale. I materiali dell’ONU e di varie ONG, corroborati da testimonianze dirette, descrivono ripetuti sequestri, maltrattamenti e persino torture, specie ai danni di soldati ucraini, attivisti e giornalisti pro-ucraini e di appartenenti alla comunità tatara, spesso detenuti incommunicado e con scarso impegno investigativo da parte delle autorità di fatto e dei servizi segreti russi. Inoltre, la Corte ha riscontrato la violazione dell’articolo 8 in relazione alle perquisizioni di vaste proporzioni svolte nelle abitazioni, perlopiù di Tatari, mediante un impiego arbitrario della legislazione russa “anti-estremista”. Ha accertato la violazione dell’articolo 9 poiché i materiali probatori descrivono intimidazioni e sequestri di luoghi di culto, nonché la confisca di beni religiosi, in particolare ai danni della Chiesa ortodossa ucraina del Patriarcato di Kyiv e di comunità musulmane, il tutto senza obiettivo legittimo o giustificazione. Ha poi sancito la violazione dell’articolo 10, considerato che fin dal marzo 2014 la quasi totalità dei canali televisivi e della stampa ucraina in Crimea era stata bloccata, con un drastico calo delle testate autorizzate e con frequenti “avvertimenti” verso i media ritenuti “estremisti” a seguito di espressioni di dissenso. Per l’articolo 11, la Corte ha confermato che erano state vietate manifestazioni pubbliche o di sostegno all’Ucraina e che erano stati commessi atti di intimidazione o detenzioni arbitrarie nei confronti degli organizzatori. Il Tribunale ha accertato altresì la violazione dell’articolo 1 del Protocollo n. 1 in ragione di un’ampia ondata di espropri di proprietà private o aziendali senza compenso e senza procedure o garanzie adeguate, in assenza peraltro di motivazioni militari imperative invocate dalla Russia. Parimenti, sulla base di molteplici fonti, ha constatato la scomparsa quasi totale dell’istruzione scolastica in lingua ucraina e le pressioni sui genitori che avrebbero desiderato mantenere l’uso di tale lingua, concludendo per la violazione dell’articolo 2 del Protocollo n. 1. Ha inoltre ravvisato una violazione dell’articolo 2 del Protocollo n. 4 perché il passaggio dall’ex linea amministrativa a un vero e proprio “confine di Stato” fra Russia e Ucraina non rispondeva ai requisiti di legalità previsti dalla Convenzione. Infine, con riferimento all’articolo 14 (in combinato disposto con gli articoli 8, 9, 10, 11 e 2 del Protocollo n. 4), la Corte ha rilevato un regime discriminatorio imposto sui Tatari di Crimea, evidenziando casi diffusi di minacce, perquisizioni e azioni repressive contro di loro, sfociati in numerosi abbandoni dell’area. La parte convenuta non aveva fornito alcuna spiegazione obiettiva che potesse giustificare diversamente tale trattamento. La Corte ha accertato, nel contesto del ricorso n. 34338/18, che in Crimea e in Russia si siano verificati trattamenti inumani, degradanti e persino costituitivi di tortura nei confronti dei “prigionieri politici ucraini”. Il materiale raccolto mostra violenze fisiche quali percosse, scariche elettriche e minacce, spesso finalizzate all’estrazione di confessioni. Questi maltrattamenti, uniti alle lacune nelle indagini e all’impunità dei responsabili, configurano una violazione dell’articolo 3 della Convenzione. Un’ulteriore violazione dello stesso articolo riguarda, nello specifico, le condizioni di detenzione degradanti nella struttura di Simferopol, unico centro detentivo cautelare operativo in Crimea, in cui il sovraffollamento e altre problematiche di natura sistemica determinavano una situazione intollerabile. La Corte ha inoltre rilevato violazioni degli articoli 5 e 7, constatando che molti individui, specialmente ucraini attivi o impegnati politicamente, erano stati arrestati, processati e condannati sulla base della legislazione russa, illegittimamente introdotta in Crimea. Tra l’altro, in alcuni procedimenti, i fatti contestati risultavano anteriori al 27 febbraio 2014, data in cui la Russia aveva stabilito un controllo effettivo sul territorio. Conseguentemente, veniva violato il principio di irretroattività della legge penale. Le medesime dinamiche di applicazione generalizzata delle norme russe si traducono, per la Corte, in un uso ingiustificato di incriminazioni per estremismo e terrorismo, nonché in una giurisdizione che non può considerarsi “stabilita per legge” ai sensi della Convenzione. Riguardo agli articoli 10 e 11, la Corte ha preso atto di molteplici arresti e processi penali contro esponenti filoucraini, giornalisti, partecipanti a Euromaidan, comunità musulmane e attivisti tatari affiliati al Mejlis, accusati di estremismo o di terrorismo in forza di disposizioni introdotte dalla Russia e non riconosciute valide. In generale, ogni forma di dissenso o di critica alle autorità russe in Crimea era contrastata con accuse e processi basati su una legislazione estesa in modo illegittimo. Infine, ha rilevato la violazione dell’articolo 18, ritenendo che il ricorso a questi procedimenti penali avesse lo scopo effettivo di punire e mettere a tacere le voci contrarie alle posizioni del governo russo. La Corte ha constatato come le azioni intraprese fossero volte a limitare la pluralità politica e a reprimere qualsiasi opinione contraria, colpendo in particolare gli attivisti ucraini e i tatari di Crimea percepiti come ostili alle nuove autorità. Tale condotta, promossa a livello istituzionale, testimonia una politica repressiva contro la libera espressione e l’opposizione politica in violazione dei princìpi di democrazia effettiva e Stato di diritto su cui si fonda la Convenzione.
Conclusioni
La Corte conferma la sua competenza a giudicare dei fatti avvenuti in Crimea, riconoscendo alla Russia responsabilità derivanti dal controllo effettivo sul territorio. Rileva i profili di violazione multipla degli articoli della Convenzione concernenti il diritto alla vita, al giusto processo, alle libertà fondamentali di religione, espressione e riunione, nonché la protezione della proprietà e l’assenza di discriminazioni. Inoltre, invita la Russia a garantire rimedi effettivi e a cessare ogni pratica che comporti scomparse, torture o limitazioni arbitrarie. La sentenza sottolinea anche la necessità di porre fine alle restrizioni al libero movimento e alle discriminazioni contro la popolazione tatara, indicando agli Stati parti i criteri fondamentali per l’interpretazione e l’applicazione della Convenzione in contesti di esercizio di giurisdizione extra-territoriale.


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